Nella nobiltà dell’epoca delle pubblicità intese come Carosello, il problema sarebbe stato se qualcosa avesse interrotto gli spot. Erano gustosi, geniali, surreali e del tutto scollati dal prodotto di cui si facevano paladini. Carosello chiude nel 1977 e comincia l’era della pubblicità moderna. La durata dello spot si riduce fino ad attestarsi ai 30 secondi attuali e non di più. 30 secondi: il genio che deve esprimere se stesso nel massimo della sintesi. Un idillio. Ma la pratica poi restituisce esempi non fulgidissimi o almeno discutibili (se non proprio ridicoli) di approdi pubblicitari.
La televisione viene analizzata in ogni suo passaggio. Scomposta, esaminata, vivisezionata. E questo con l’aumentare dello schifezzume dilagante. E la pubblicità? Perchè lasciare incolumi gli autori degli spot in cui una signora dice che la dentiera le “irrìta” le gengive? Perchè permettere ai caffè di farsi propagandare da trapassati?? Dal primo ottobre dalle pagine de Il Fatto Quotidiano con Ufficio Réclame abbiamo deciso di occuparcene noi. E quando ho proposto l’idea al direttore Antonio Padellaro, entusiasmo e lucidità hanno contraddistinto la sua reazione. “Mi piace una rubrica di critica degli spot. Non l’ha fatta mai nessuno, la farai tu. E se avevamo già pochissima pubblicità, è chiaro che dopo la tua rubrica non ne avremo per niente“.
Nel primo mese di vita del Fatto Quotidiano e all’indomani del numero 4 di Ufficio Réclame, dedico un post alla rubrica e una nuova voce in archivio che forse si capirà dedicata a Ufficio Réclame perchè intitolata Ufficio Réclame.
Tutto questo con una doppia dedica: a chi vorrà bene allo spazio e al suo autore tanto da leggerlo dal giornale o da qui e all’intramontabile memoria del pennello Cinghiale. Che non è un pennello grande ma un grande pennello. Un doveroso riconoscimento ad un highlander.

Buona lettura!

Rob

6 novembre 2009
CHE BANCA E CHE MUSICHE

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Le cose più importanti in uno spot sono la semplicità e la comunicativa. Forti di questo, quelli di Mediobanca hanno deciso di fare tutto il contrario per reclamizzarsi. Da anni, ormai, cover improponibili sono di corredo a scenografie implausibili che, accompagnando musical di trenta secondi, colorati e confusionari, riescono a suscitare nello spettatore curiosità a non finire.
Poche sul prodotto, molte su cosa cacchio sia quello che si reclamizza. Da “E’ l’uomo per me” di Mina, passando per “Cuore matto” di Little Tony geniali parolieri si producono, ad ogni spot, in agghiaccianti rielaborazioni di testi. Non si tratta di mero errore: c’è la premeditazione. Infatti il nome scelto per tutta l’operazione è “CheBanca!” con l’esclamativo finale, chiosa doverosa di ogni esibizione. L’ultima prova, però, contiene un messaggio inquietante. Sorvoliamo sugli improbabili cantanti come il fioraio dalla voce un’ottava sotto il rutto o l’anziano ansante della fine e concentriamoci anche stavolta sulla canzone. Pubblicizzare una banca rimaneggiando “Fatti mandare dalla mamma a prendere il latte” nel paese del crac Parmalat è una scelta coraggiosa. Di questo passo probabilmente il prossimo spot sarà sulle note di “Vaffanculo” di
Masini. Yuu-uu! CheBanca!

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1 novembre 2009
IL RATTO DELLE SUINE

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Un topo di trenta centimetri che ci fissa con intenzione se proprio deve far pensare a una malattia non farà venire in mente l’influenza quanto la leptospirosi. Eppure al Ministero della Salute si sono persuasi che Topo Gigio fosse il veicolo migliore per divulgare energiche ovvietà. Non se l’è sentita nemmeno Peppino Mazzullo, la storica voce del pupazzo dello Zecchino d’oro, di doppiare il Topo e così un anonimo imitatore in cinque punti cinque fa proclamare al ratto di gommapiuma dogmi per dissuadere l’ecumene da comportamenti altrimenti spontanei come 1) il non lavarsi le mani, 2) l’essere sicuri di averle perfettamente lerce quando ci si esplora le vie respiratorie, 3) avere cura di tossire, starnutire o sputare senza coprirsi in alcun modo e solo quando perfettamente sicuri che qualcuno sia in traiettoria, 4) sigillare le finestre per garantirsi un ambiente veramente fetente, 5) uscire a diffondere debolezza, tristezza e bacilli quando gravati da malattie da raffreddamento o peggio. Per quest’ultimo punto basterebbe la teoria dell’untore di manzoniana memoria ma sorvoliamo. Ci limitiamo a esultare per il finale della pubblicità: “l’influenza A è una normale influenza”. Tiriamo un sospiro di sollievo. A sentire lo spot c’erano venuti dei dubbi!

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22 ottobre 2009
NUVENIA IN ARIA

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Vent’anni fa una paracudista equipaggiata con Nuvenia Pocket si librava nel vuoto per significare la sua comodità. Nascevano, di lì a poco, gli spot degli assorbenti con le ali, quelli che miglioravano l’atterraggio, probabilmente, e l’interesse pubblicitario si estendeva a tutte le varianti del settore, per forme e destinazioni d’uso. Non siamo contro le réclame a pannolini o pannoloni. Imploriamo solo che si evitino inutili torture. Perché costringere innocenti bimbi a un peripato infinito solo perché la nonna ha trovato un assorbente antiincontinenza favoloso e ora ci tiene a bullarsene passeggiando per ore? Perché immaginare escursioni ciclistiche su terreni boscosi accidentati da affrontare a gambe aperte, zigzagando tra alberi secolari, visto che con Tena Pants farsela addosso è quasi un divertimento? Una sequoia in piena fronte tramortisce fatalmente anche se coglie asciutti e contenti. O meglio, asciutte e contente, perché per un motivo che ci sfugge le pubblicità antiafrore e/o perdita di qualsivoglia tipo vedono massicciamente quasi solo le donne vittime e protagoniste contemporanemente. Consigliamo una correzione di tiro ai pubblicitari: una nonna incontinente è una pacifica figura innocua. Un operaio olezzante d’estate può uccidere!

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16 ottobre 2009
UN CAFFE’TROPPO TERRENO

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Nell’era manfrediana, intesa come del compianto Nino, si era affermata l’idea che il caffè più lo buttavi giù, più, dopo, lui, provvedeva a tirarti su. Il dopo Manfredi ha chiarito quanto “su” spiegando che trattavasi di un “su” forse anche eccessivo. Parliamone. Da quindici anni circa la Lavazza ha deciso inspiegabilmente di affidare la propria promozione a dei trapassati. Perché? Chi lo sa! Dai lontani pionieri Solenghi, Guetta, Garrone registriamo l’aumento di decessi pubblicitari. Trapassati in quanto legati al ruolo di defunti approdati in Paradiso, sebbene attori ancora tutti vivi e vegeti, ma pur sempre buonanime. Non risulta esplorata la causa del decesso, che auspicheremmo estranea alla miscela arabica. Appare dubbiosa la concezione paradisiaca di una realtà ultraterrena in cui Bonolis e Laurenti inscenano presepi, battibecchano con San Pietro, ospitano parenti inventori, contendono la santità a Saint Honoré, si chiedono, ai piedi di enormi macchinette napoletane, se “il caffè è salito” ricorrendo a un italiano quasi avanguardista. C’eravamo fatti un’altra idea della pace eterna. La curiosità ci avvince: se la morte è risultata, tra le tante immaginabili, l’idea pubblicitaria preferita dalla Lavazza, quali sono state quelle scartate?

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8 ottobre 2009
LA TIM DELLE AVANCES

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Un uomo maturo e pennellato color entra in un’aula cercando di sedurre una donna di cui teme il giudizio. Sembra una storia da Premier e invece è il nuovo spot della Tim che, per l’occasione, riesuma il solito De Sica figlio senza sollevarlo, però, dal collaudato ruolo di consultatore di testo… sterone. L’uomo è lì per sapere dall’insegnante di Latino il rendimento della prole! Fa il suo ingresso la professoressa che si scopre con sorpresa essere Belen Rodriguez: parte velocissimo il tallonamento con evidenti mire espansionistiche. “Mi dia il suo numero di telefono”, esordisce lui con fare suino mentre lei, sorridendo, si schermisce per poi divagare sulla perifrastica lasciando l’uomo sgomento con evocativa espressione di chiosa a cui lo spot non dà voce per evitare il trivio. Capovolgiamo la situazione. Se al posto del Christian ci fosse stata un’attrice della stessa età e colorazione tricologica e nel ruolo della Rodriguez un aitante fanciullo suo coevo l’effetto non sarebbe stato lo stesso. Una donna matura che tenta di insediare un ragazzo appena incrociato non fa ridere, in Italia. Semmai suscita biasimo o stpore. E alla luce di questo, correggiamo la precedente e troppo affrettata valutazione: è una tipica storia da Premier, questa. L’epopea dei papy nasce anche da qui.>

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1 ottobre 2009
STRACCHINI VOLANTI

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Qual è la prima cosa che viene in mente quando si pensa a uno stracchino? Ma è ovvio. Un aliante. O meglio un velivolo di quelli dei Fratelli Wreight. Praticamente un prototipo. Anzi, meglio. Una creazione geniale leonardesca: la macchina volante ad ala battente. Uno stormo di spalmabili che sorvola come uno squadrone della Lutwaffe un pacifico borgo rurale deve essere sembrata l’idea più efficace per reclamizzare la succulenza dell’avito stracchino del Nonno Nanni. Lo ammettiamo: in un primo momento c’era sfuggito il nesso. E anche in un secondo e in un terzo. Poi, anche per senso del dovere, l’impegno e la costanza ci hanno ripagato: trattavasi di un viaggio nel tempo. E non è stato facile capirlo nonostante il testo recitasse “è un viaggio nel tempo”. Gli stracchini volanti simboleggiavano la loro inalterata fattura con un sorvolo di decenni e precise immagini particolarmente caratterizzanti epoche, prima dell’arrivo a oggi. E’stato un po’faticoso ma alla fine il messaggio è arrivato e siamo fiduciosi che la simbologia pubblicitaria risulterà agilissima a chiunque nella nostra stessa condizione, cioè con una rubrica in tema da voler portare a termine a tutti i costi e che non abbia mai visto Uccelli di Hitchcock: il transfert sarebbe micidiale.